INTERNATIONAL SECURITY FESTIVAL
Venerdì 26 maggio 2017 – Ore 20.30 – Chiostro di San Lorenzo – Piazza San Lorenzo, Vicenza
DUST, LA SECONDA VITA
Un film reportage di Stefano Rogliatti e Stefano Tallia – 2015

LA COMPLICATA REALTÀ DEL KURDISTAN IRACHENO.
La questione territoriale curda risale almeno alla fine dell’Impero ottomano il quale con il Trattato di Sèvres dell’agosto 1920 si trovò ridotto ad un modesto Stato entro i limiti di parte della penisola anatolica, privato di tutti i territori arabi e della sovranità sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Il Trattato, inoltre, prevedeva ampie tutele per le minoranze nazionali (armene e curde) presenti in Turchia e, ai suoi art. 62 – 64, garantiva ai curdi la possibilità di ottenere l’indipendenza all’interno di uno Stato i cui confini sarebbero stati definiti da una commissione della Società delle Nazioni designata ad hoc. Esso ricevette il sostegno del Sultano Mehmet VI ma fu invece fortemente osteggiato dal “Padre dei turchi”, Mustafa Kemal Pasha (Ataturk), già vincitore della Battaglia di Gallipoli, il quale vinse la Guerra Turca d’Indipendenza (1920-1923) e costrinse le ex potenze alleate a tornare al tavolo della negoziazione. Le parti firmarono e ratificarono un nuovo Trattato a Losanna nel luglio 1923, che cancellava ogni concessione ai curdi, agli armeni e ai greci. Lo storico territorio curdo si trovò diviso fra diversi nuovi stati.
Nel 1945 si forma, con l’appoggio dell’Unione Sovietica, il partito democratico curdo. Il 22 gennaio 1946, in territorio iraniano, viene proclamata la formazione di una repubblica popolare curda, con capitale Mahabad. Con il ritiro delle forze sovietiche, le truppe iraniane riconquistano il territorio, condannando a morte i vertici politici, compreso il Presidente Qazi Muhammad.
I Paesi dove essi risiedono non sono ovviamente disposti a rinunciare a parte del loro territorio e hanno spesso negato l’esistenza di una identità nazionale (e quindi politica) curda. In assenza di normali processi politici, i nazionalisti curdi hanno spesso fatto ricorso alla forza delle armi. Lo scontro è spesso violento e si sono segnalati atti terroristici e di guerriglia da parte curda, seguiti da feroci repressioni (ad es. il bombardamento di Halabja con armi chimiche da parte dell’esercito iracheno di Saddam Hussein). Il Partito Democratico del Kurdistan (PDK) e la Unione Patriottica del Kurdistan (UPK) in Iraq, il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano ed il Partito per la Libertà del Kurdistan (PJAK) in Iran sono gruppi ben equipaggiati ed addestrati finanziati direttamente o indirettamente dagli USA dislocati in Iraq ed alcuni Paesi europei. Differente è la questione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) in Turchia, unico partito curdo a proseguire la lotta armata e di ispirazione marxista. Questo partito è osteggiato da tutte le potenze, comprese quelle occidentali, e viene tacciato di terrorismo.
Dietro la definizione geografica si nasconde uno dei luoghi più ricchi di petrolio al mondo, generando intorno ad esso forti interessi economici, tra cui l’invasione americana in Iraq. A seguito delle due guerre del golfo (1990-1991 e 2003) e dell’invasione statunitense in Iraq, la questione dei curdi si inserisce nel quadro delle strategie da seguire per ottenere il controllo del territorio e delle sue preziose risorse.
Nel 2008 Stati Uniti, principale forza d’occupazione straniera a seguito della seconda guerra del Golfo, ed Iraq firmano un accordo sullo status delle forze armate nel quale si fissa il ritiro di tutte le truppe americane entro la fine del 2011.
A partire dal 2012 l’Iraq, ed il Kurdistan con esso, subisce le ripercussioni della guerra civile siriana, essendoci un intenso scambio di guerriglieri fra i gruppi islamisti che operano nella Siria orientale e quelli che operano nell’Iraq occidentale (a maggioranza sunnita, dove è forte il risentimento verso il governo di Baghdad, dominato dagli sciiti). Nel 2013 Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato Islamico dell’Iraq fondato nel 2006 come parte della rete di al-Qāida, annuncia l’unione del suo gruppo con al-Nusra, il principale movimento islamista della guerriglia siriana. L’unione, respinta dalla maggior parte della dirigenza di al-Nuṣra e da al-Qāida, provoca l’allontanamento dalla rete di al-Qāʿida del nuovo gruppo, che prende il nome di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS o ISIL nella sigla inglese, Da’ish in quella araba).
All’inizio del 2014 questo gruppo assume il controllo della città di Falluja e di buona parte della provincia irachena occidentale di al-Anbar, oltre che della Siria orientale, e si espande poi fra giugno e luglio a nord e a est, prendendo in particolare le città di Mossul e Tikrit e spingendosi fino al territorio del Kurdistan. In questo periodo, rotti definitivamente i legami con al-Qāida, proclama la creazione di un califfato universale (o Stato Islamico, IS nella sigla inglese) con a capo il suo leader Abu Bakr al-Baghdadi, che prende il nome di califfo Ibrāhīm. L’avanzata dell’IS viene frenata dai raid degli Stati Uniti e dalle milizie curde e sciite. A partire dal 2015, lo Stato Islamico comincia a perdere terreno e le offensive dell’esercito regolare e delle milizie a esso legate, unitamente ai raid aerei americani e alla pressione sul fronte siriano, portano alla riconquista irachena di diverse aree, incluse le città di Tikrit, Ramadi e Falluja. A luglio 2016 l’unica grande città di cui lo Stato Islamico mantiene il controllo è Mossul, considerata la “capitale” del Califfato in Iraq fin dalla sua presa nel 2014.

Da La Stampa
5/3/17 di Maurizio Molinari
«L’Iraq finirà come la Cecoslovacchia, noi curdi siamo pronti a governarci da soli». A dirlo, con voce tenue ma ferma, è Massoud Barzani accogliendoci nel palazzo presidenziale intitolato al Saladino. Turbante peshmerga sul capo, divisa verde indosso e bandiere di Kurdistan e Iraq alle spalle, Barzani mostra alle pareti i dipinti che descrivono la lunga battaglia dei curdi per l’indipendenza. Si sofferma davanti al quadro sull’attacco con i gas subito a Halabja da Saddam Hussein nel 1988. Presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno e leader carismatico del partito democratico curdo, il settantenne Barzani è figlio di Mustafa, eroe della resistenza nazionale, di cui punta a coronare il sogno dell’indipendenza. A prometterla ai curdi furono le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale con il Trattato di Sèvres del 1920, rimangiandosi poi tutto. Ma i confini del Medio Oriente disegnati artificialmente un secolo fa adesso stanno cambiando e Barzani vede nei successi dei suoi peshmerga – i combattenti «di fronte alla morte» – la possibilità di trasformare il Kurdistan in uno «Stato indipendente» destinato «a portare stabilità in una regione costellata dalle guerre» grazie al fatto di «essere costruita su valori come democrazia, stato di diritto, diritti umani e multipartitismo». Per far capire che cosa intende ci mostra le immagini dei soldati curdi che, armi in mano, riposizionano la croce su una delle chiese di Bashiqa che i jihadisti dello Stato Islamico (Isis) avevano sconsacrato.

Roma, 30 marzo 2017(askanews) – Chi non rischia di morire di fame perché non si trova cibo, deve fare i conti con prezzi incredibili dei generi di prima necessità. Succede nei quartieri di Mosul Ovest ancora controllati dai jihadisti dello Stato Islamico (Isis) nel mirino di una vasta operazione delle forze irachene per liberare la città dalla quale nell’estate del 2014 era stato proclamato il Califfato nero. Il “listino” dei prezzi choc che oltre 600.000 persone rimaste intrappolate nelle zone del Califfato, è stato in parte fornito da rifugiati ad askanews direttamente a Mosul e in parte pubblicato oggi da media iracheni.
“Sotto l’Isis non c’era vita, semplicemente perché non c’era verso di trovare da mangiare: il prezzo di un chilogrammo di zucchero era arrivato all’equivalente di 20 dollari americani ed una bombola di gas domestico ha toccato addirittura la cifra proibitiva di 100 dollari”, ha detto ad askanews un abitante rimasto con i suoi quattro figli e la moglie nella loro casa nel quartiere Egheidat. Quello dello zucchero e del combustibile è citato come un grosso problema anche per un’altra famiglia fuggita da Mosul.
Il padre di questa famiglia incontrato davanti alla sua tenda fuori dal campo profughi di Hamam al Alil (20 chilometri a sud di Mosul) mostra delle specie di pietre nere. “Queste pietre sono un prodotto petrolifero che l’Isis vendeva: è combustibile e ci serve per cucinare”, ma bruciarlo nelle case rende l’aria tossica, quindi lo si usa solo all’esterno. Ancora più nocivo il surrogato dello zucchero distribuito nei mercati nelle zone di Isis. L’anziano uomo ci consegna una bustina con dentro una polvere bianca finissima: “E’ un prodotto chimico, costa 10 dollari e lo usiamo come zucchero anche se ha un gusto forte”.
Altri abitanti hanno segnalato al sito iracheno “Ninive Media Center”, i prezzi proibitivi praticati dall’Isis nelle zone ancora sotto il suo controllo: 10.000 dinari iracheni (l’equivalente di circa 85 dollari) per un chilo di riso; 25 dollari una scatola di latte in polvere; 15 biglietti verdi per un litro di olio di vegetale, 14 per un chilo di farina e 8 per una scatola di conserva di legumi. Prezzi che quasi nessuno si può permettere, di certo non gli oltre 350mila sfollati fuggiti dalla città dove infuria la guerra.

DUST, LA SECONDA VITA
Un film reportage di Stefano Tallia e Stefano Rogliatti – 2015
Cosa vuol dire vivere in un campo profughi? Due giornalisti italiani, Stefano Rogliatti e Stefano Tallia, sono andati nel giugno del 2015 nel Kurdistan iracheno per scoprire il lavoro di Medici Senza Frontiere e di altre Ong nel campo di Domiz e nei territori che si trovano a nord di Dohuk, dove si sono accampati i meno fortunati, quelli che non sono riusciti a trovare spazi nei campi.
Un viaggio che apre uno squarcio sulla vita di chi fugge e che si conclude a Erbil, la capitale del Kurdistan, dove hanno trovato riparo i profughi cristiani.
Dust, la seconda vita racconta in 30 minuti la storia di donne e uomini in fuga dall’avanzata dell’Isis, gente che perde tutto: casa, lavoro, affetti e che in molti casi hanno anche assistito all’uccisione di parenti e amici. Un popolo composto da etnie e religioni diverse, perché la guerra in corso in Medio Oriente non fa alcuna distinzione. Gente normale, attanagliata dalla paura di non tornare più, di non avere un futuro.
Con le parole dei rifugiati sono raccolte anche le testimonianze degli operatori di Medici Senza Frontiere e delle altre Ong che si occupano della salute dei rifugiati. Medici, infermieri, professionisti. Balza agli occhi il fatto che chi subisce l’attacco ed è costretto a fuggire si mette a disposizione degli altri, come l’infermiere curdo, quello siriano, il medico yazida. Nasce una comunità che lavora con gli altri e per gli altri. Il documentario mostra come in questi campi vivano milioni di persone accolte da strutture locali. Persone in molti casi ormai destinate a restare nel paese di accoglienza, dove si costruiscono una seconda vita.
Un’attenzione particolare è dedicata ai traumi psicologici provocati dalla guerra alla preziosa attività che gli psicologi svolgono sia con gli adulti che con i bambini. Il documentario vuole contribuire alla riflessione sul tema dei profughi, oggi di drammatica attualità anche all’interno dei confini dell’Europa. Tra le testimonianze particolarmente toccante è l’appello che Azad Haleem, vice direttore dell’ospedale infantile di Dohuk, rivolge agli ospedali di tutto il mondo affinché lo aiutino. Con l’arrivo dei rifugiati la struttura ha visto crescere del 40 per cento il numero dei ricoveri, al limite del collasso.

Gli autori: Stefano Rogliatti e Stefano Tallia
Entrambi torinesi, Stefano Tallia 46 anni, giornalista Rai con numerosi incarichi, sportivi, sindacali, associativi, una forte propensione ad occuparsi di storie di persone, oltre lo sport, la politica, i ruoli istituzionali.
Stefano Rogliatti classe 1971, giornalista professionista, free lance. Dal 1998 collabora con la Rai come filmaker sui più importanti eventi di cronaca. È stato direttore della fotografia e autore di diversi cortometraggi e documentari. Vincitore del FilmFestival di Trento “tuttinellostessopiatto” con il cortometraggio “Benvenuto Mister Zimmerman” regia Davide Mazzocco e premio del pubblico come miglior film al PiemonteMovie con “Shlomo. La terra perduta” per la regia di Matteo Spicuglia, film inchiesta sul più antico popolo cristiano in Medio Oriente.

Dust, la seconda vita